giovedì 7 marzo 2013

Parigi


P come parure.
E parure intesa come un insieme di pluralità diverse, apparentemente distanti, coordinate perfettamente all'unisono.
La tradizione che guarda al nuovo con una curiosità a tratti esitante.
L'arte che diviene un ufficioso accordo di idee complesse.
Stili, storie e correnti che concorrono e collaborano a rendere reale quell'idea di Parigi spesso astratta e lontana.
Allo stesso tempo quell' idea contraddittoria di un nazionalismo così tanto pronunciato che a volte sembra sposare a fatica la dirompenza del cosmopolitismo.


A come Alta Moda.
Da decenni l'accezione più scontata con la quale si ha la presunzione di descrivere una città come Parigi.
Al tempo stesso tra le più genuine percepite respirandone il profumo. Quello di una città che ha dato i natali o accolto come fossero suoi, tra i nomi più illustri della Moda.
Diana Vreeland, tra i nomi meno inflazionati forse del talento parigino, ma geniale: prima redattrice donna di una rivista di moda.
Nomi che poco avevano a che fare con l'industria accelerata ed inflazionata di oggi.
Persone innanzitutto, spinte da un unico grande ideale.
Trascinate dai propri istinti a cucire il loro genio su stoffe preziose intarsiate esclusivamente dal loro estro.

Diana Vreeland

Mademoiselle Coco
Dior, new look
R come rumore.
Quello assordante dei turisti nelle Champs Elysèe. Quello di Notre Dame. E quello della Tour Eiffel in cui viti e bulloni appaiono casse amplificatrici di un suono omogeneo che del ferro rende bene l'idea.
E  il silenzio. Così accentato da sembrare davvero un rumore al quale non sei mai troppo preparato. La quiete che avvolge Montmartre dopo la tempesta del giorno appena trascorso, fatto di flash e di turisti. Di ritrattisti e di scolaresche. E nel mio caso di neve. Tanta neve.
Un alone taciturno che di quelle stradine fa di te un amante. Di quelli temporanei e per questo impetuosi e travolgenti che marchi a fuoco vivo nella memoria.




I come idioma.
Suoni dolci, sussurrati.
O anche urlati, ma non per questo meno interessanti.
Di una musicalità imbarazzante, così il loro parlare.
Da sempre simbolo di eleganza e romanticismo. Forse l'unica lingua che anche solamente ascoltata, può raccontare i contorni definiti ed esclusivi propri solo di una città eclettica come Parigi.


G come gioconda.
Perché la maestosità di Place de la Concorde, lo scintillio della Tour Eiffel  o la riservatezza dei Jardin des Tuileries difficilmente faranno dimenticare ad un italiano tutte le opere abilmente sottratte da Napoleone-la gazza ladra.

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Marcel Duchamp
I come ispirazione.
Riprodotta su tela, stampata su carta, composta in melodia, scolpita nel marmo, catturata in una pellicola ed incastonata nel ferro forgiato.
Una città che è tutto e niente. E' il foglio bianco che rende liberi e l'opera già compiuta che obbliga.
E' coerente e un pò contraddittoria. E' frivolamente molto seria.
E' banalmente un pò come noi.


From Paris Rome, with love

martedì 27 novembre 2012

Dopo una salita...

Torniamo indietro di tre mesi.
Ronda,  Andalucìa.
Ventidue agosto duemiladodici. Ore 12.00 ca.
t-r-e-n-t-a-s-e-t-t-e- gradi Celsius.
Io e lei. L'amica-fedele-compagnia-di-viaggio alla scoperta di questa terra calda ed accogliente. Perse tra i viottoli Medioevali di una cittadina che non conosce tempo.
Perse nel vero senso della parola, perchè quelle stradine sono meravigliose sì, ma maledettamente tutte uguali.
La cartina della città in mano girata e rigirata in tutte le direzioni.
Lì serve a poco. Lì ci hanno spiegato solo al decimo giorno di viaggio, che gli spagnoli non perdono tempo a nominare tutte le strade.
Lì ti ritrovi nel bel mezzo di un incrocio in una piazza senza nome, dalla quale si diramano altre quattro strade senza nome anch'esse.
Lì è così.
Quindi dicevo eravamo proprio lì..più o meno a sei righe fà.
Un ragazzo, trentenne al massimo, ci chiede se può esserci d'aiuto. Non dovevamo avere delle espressioni troppo intelligenti per arrivare a chiederlo lui a noi.
Comunque, manco a dirlo, accettiamo.
Il tempo di fargli vedere la strada ed è fatta..ha deciso che ci porterà lui. Gentile è la prima cosa che ho pensato. 
Ma è durata poco.
Si gira, punta la strada giusta e io divento bianca come il corredino regalatomi dalla cara nonnina per la mia prima comunione.
Aveva puntato l'unica strada che io, per i precedenti cinque minuti, avevo scientemente ignorato.
L'unica strada con pendenza 87 gradi circa.
Ronda, in tutta la sua ripidità.
Dicevo, la punta y ¡vamos!
Il passo agile di una gazzella, che tre dei suoi erano tre scoordinati dei miei.
Cammina, parla e sorride. Cammina, ci chiede della nostra vacanza, sorride e cammina.
Cammina, scherza e.. cammina. Sempre più veloce.
O forse ero io che incredula rallentavo. Incredula perchè dopo un minuto l'acido lattico mi era arrivato nei lobi delle orecchie.
Tanto ripida che più che altro gattonavamo.
Disperavo, sbuffavo, sorridevo cordialmente all'evenienza e camminavo.
Dopo un minuto la distanza tra lui, la mia amica e me era davvero imbarazzante.
Lei -che fino ad un secondo prima reputavo amica- parla con lui come se niente fosse. Più o meno come io sorseggerei un japanese tea disquisendo del più e del meno con un conoscente. 
Si gira, mi vede e scoppia a ridere. Ma si ricompone immediatamente, perchè è evidente che  non abbia alcuna intenzione di creare imbarazzo spostando l'attenzione dell' aitante spagnolo sulla sua amica niente affatto normodotata per prestazioni fisiche simili.
Rossa in volto. Che dico rossa, un' esplosione di colori che sfumavano da un arancione acceso ad un vinaccia intenso e con due occhi sgranati che neanche Jack Nicholson in Shining.

Dopo quattro minuti eravamo ancora lì, su quella stramaledettissima salita che non aveva apparentemente nessuna intenzione di appianarsi. Camminavo, salivo e soffrivo, salivo soffrivo e camminavo, salivo soffrivo e deliravo. 
La cosa mi puzzava. Mi dava l'idea di averla già vissuta quella situazione o quanto meno di averla vista da qualche parte. Un telefilm forse? noo. Allora un film. No, non mi sembra. Ma allora dove diavolo l'ho vista 'sta scena??
Ed in un attimo luce fu.

Segue diapositiva.
Roba che il lupo sfigato de "La spada nella roccia" in confronto era riuscito a mantenere comunque una certa dignità mentre rincorreva Semola lo smilzo e Merlino l'ipertiroideo.
Ho iniziato così a ridere come una pazza, vergognandomi e sganasciandomi dalle risate al tempo stesso.
Risa soffocate ovviamente, perchè ci mancava solo che l'hombre latino mi vedesse ridere da sola con -riepilogando- sguardo Jack, lingua fuori, gote violacee.

A seguire la disperazione più totale. Quella dell'attesa.
L'attesa che Calle Virgen de la Paz finisse per giungere finalmente in Plaza del Socorro dove io avevo deciso di fare l'aperitivo dato che la Lonely Planet aveva descritto le portate di quel locale come un' esperienza extrasensoriale irrinunciabile. 
Quell'attesa esasperante che paragonata ai tre secondi che precedono lo strappo della ceretta, non rende comunque l'idea.
Quella che poi venitemelo a chiedere se non è forse l'attesa del piacere, essa stessa il piacere.

La salita era finalmente finita e solo in quel momento mi sono resa conto di quante cose possa fare una donna in soli cinque minuti. Ero passata dallo sconforto, alla sofferenza, all'acido lattico, al depennare una cara amica, alla Disney, alle risa, al maledire me e poi la Lonely Planet, allo sconforto di nuovo sino al cigolio di tutte le articolazioni, nessuna esclusa.
Non saprei dire se ne sia valsa la pensa oppure no, ma una cosa è certa.

Dopo una salita..
..c'è sempre una sedia.


From Rome, with Love






mercoledì 10 ottobre 2012

Poco più di quarantotto ore.


Un'amica.
Quella di sempre, con la quale hai condiviso i viaggi più importanti e con cui continui a pianificare quelli a venire in una consecutio temporum senza fine.
Una meta.
Anzi due. Elba e Capraia.
Un week end.
Un solo week end a disposizione per salutare definitivamente l'estate 2012. Ed iniziare a pianificare quella del 2013, perchè ai Maya lasciamo che a crederci sia Paolo Fox.
Un equipaggio.
Di otto persone, più o meno quasi tutte sconosciute. Perchè il bello della barca a vela è anche questo.
Bolina stretta.
Ho capito che non è sempre cosa gradita. (almeno 3 persone le abbiamo perse, ndr)
Una mini valigia.
In ordine sparso giacca a vento, leggins e tee. Creme di ogni genere e composizione perchè a ventiquattro anni voglio poter credere che le rughe non siano già dietro l'angolo. Felpe e cardigan. Ma solo 5 in tutto, che per due giorni potevano bastare. Più o meno.
E slipper firmate rigorosamente Charles Philips.

Calzini antiscivolo, invece, non pervenuti as usual, ma qui torniamo al punto uno. E alla consapevolezza di un'amica che sa benissimo che dimenticherai di portarli, ancora una volta. [a proposito, grazie G.]

Poco più di due giorni per convincere ogni atomo del mio corpo che l'estate è ormai finita, anche se un piccolo avvertimento era già stato captato dallo stato di ansia e frenesia perenne in cui sono piombata più o meno intorno al 3 settembre.
Poco più di quarantotto ore per staccare più che la spina, il telefono. Perchè la casella e-mail non se la prende se la lasci in pace per due giorni.
Poco più di duemilaottocentottanta minuti per scoprire miglio dopo miglio il mio equipaggio, perchè non è carino condividere la cambusa con gli sconosciuti.
E per allungare lo sguardo nelle altre tredici barche della flottiglia. In fondo anche l'Eric di Ariel aveva una barca e io alla Walt Disney ho sempre creduto.

Ho passato ore intere a scrutare le onde del mare. Seduta nel pozzetto ricoperto di un teak chiaro (che dopo qualche ora di navigazione diventa più che altro un'arma di tortura) ragionavo sul futuro. Non inteso nella sua accezione più generica, ma sul mio futuro. Sulle strategie di attacco più efficaci per farlo virare quel tanto che basta per ormeggiarlo lì. Proprio dove sono i miei desideri.
Così, immersa nel caos delle mie idee, ho cercato di visualizzare miglio dopo miglio, tutti gli agenti atmosferici (esterni) che avrebbero potuto deviare la mia rotta, che avrebbero potuto persino cambiarla quella rotta.

Ogni tanto buttavo un occhio alla skipper. Un pò per controllare che non fossimo disgraziatamente caduti nelle mani di Nettuno, un pò perchè mi affascinava. Ad ogni onda corrispondeva una diversa timonata. Ad ogni insolita sferzata di vento andava lascato il fiocco o cazzata la randa. (sorvoliamo sul linguaggio tecnico perpiacere!)
Ad ogni impercettibile mutamento del mare o del vento non c'era di che preoccuparsi. Bastava solo perfezionare un pò il tiro e tenere sempre a mente la rotta, senza lasciarsi intimorire dai cambiamenti.

E in un attimo ho pensato che in fondo il futuro non è poi così diverso da una barca a vela. Che l'unica cosa di cui abbiamo bisogno è di scoprire la rotta. Che le miglia da percorrere, se prese singolarmente non sono mai così tante.
 E che per tutto il resto, forse, basta aggiustare un pò il tiro.


From Rome with love